Gandom
Beryan

La temperatura massima registrata sul suolo terrestre è 70.7°C, èstata registrata a Gandom Beyran nel Dasht-e Lut, in Iran.

Il Dasht-e Lut è il grande deserto salato che si trova a sud-est di Kerman. E’ un deserto situato su un altipiano, quello iraniano. E’ al 25° posto dei deserti più grandi del mondo ma è al primo posto per i deserti più pericolosi.

A soli 60 km da Kerman c’è il posto più freddo della regione: è il villaggio di Sirch, si trova in montagna e la temperatura è di 25°C.

A poca distranza da Sirch, appena 120 km, si trova Gandom Beryan, una lastra di lava scura in pieno deserto.

 

Nella città di Kerman nel sud-est della Repubblica Islamica dell’Iran uno dei maggiori problemi è l’oppio. Essendo così vicini all’Afghanistan è la zona iraniana più vulnerabile ai narcotrafficanti.

Sono le 19:00 e la temperatura è ancora di 55°C.

Le condizioni estreme e avverse e il vento che soffia sempre nella stessa direzione hanno creato grandi corridoi paralleli di sabbia.

Questa zona che si estende per 145 km per 80 km
è chiamata Deserto di Kalut.

deserto dei Kalut in Irandeserto dei Kalut in Iran

Report di viaggio

E’ a soli 30 km dalla meta che ci rendiamo conto di quanto folle sia stata la nostra idea.
E’ solo lì che un barlume di connessione neurocerebrale impastato ad un non sempre funzionante spirito di autoconservazione umana ci fa rinunciare all’idea di raggiungere in pieno agosto, in sella alle nostre moto Gandom Beyran nel Dasht-e Lut in Iran.

In cima a una duna, sospesi in un equilibrio precario, lottiamo contro un vento caldo che ci sputa in faccia secchiate di sabbia. Uno sguardo a 360° per appropriarci di questo luogo lontano, sconosciuto ed inimmaginabile. Il paesaggio è irreale: un mare di sabbia che scroscia il suo moto immobile su alti faraglioni di pietra e sale. Il vento caldo, lo stesso che si alza verso sera su tutti i deserti della terra, sferza sempre con la stessa direzione creando castelli e corridoi precari che si perdono e sfumano paralleli verso l’orizzonte.

Sfiancati dal caldo rovente scendiamo giù da questa altura, raggiungiamo le moto e ci scoliamo avidamente quel che resta dei 2 litri d’acqua di scorta. Guidiamo per qualche km tra le gigantesche dune fino a raggiungere l’asfalto che ci riporterà al sicuro nel villaggio di Shahdad, ultimo brandello di civiltà prima del vuoto desertico. Da lìi dovremmo trovare il modo di uscire vivi da questo Inferno in cui ci siamo cacciati.

Rinunciare ad una meta di viaggio brucia sempre, ma mai quanto restare qui un altro secondo in più. “Ci sono posti al mondo che non sono fatti per l’uomo”
E’ il 16 agosto, sono le 19:00 e la temperatura è di 55°.

Siamo arrivati qui dopo 2 settimane e mezzo di viaggio, dopo oltre 6000 km in sella, attraversando mezza Italia, la Grecia e un’infinita Turchia. Lasciandoci alle spalle le montagne di marzapane di una ormai troppo turistica Cappadocia e quelle isolate di un Kurdistan turco definitivamente abbandonato alla sua realtà rurale. Abbiamo dormito notti sulle rive dell’Eufrate con l’intera Via Lattea a farci da abat-jour. E notti in fetenti motel bordostrada che comunque erano sempre più dignitosi dello stato disgustoso in cui ci presentavamo a chiedere ospitalità. Ci siamo persi nel budello di stradine sul confine Iraq-Iran attraversando villaggi così isolati da non sentire il trascorrere del tempo. Scegliendo sempre la strada peggiore siamo arrivati ad Esfahan cotti, stanchi, lessi, sudati, puzzolenti e con nulla di igienicamente indossabile tra i 4 stracci di vestiti che ci siamo portati dietro. E’ ora di fare una pausa e di rimetterci in sesto.

Quanto è differente quest’ Iran da quello che abbiamo visto fino ad ora! Ragazze in giro da sole, ragazze che guidano, ragazze sempre in hijab ma carine e alla moda, ragazze… ammazza quante ragazze! E che belle!
“L’Iran è pericoloso, a Yazd fa troppo caldo, il Dash e-lut è impraticabile in agosto, non andate a Kerman, non dormite nei villaggi è pericoloso” nulla di tutti questi avvertimenti ripetuti come un mantra da chi incontravamo per strada ci ha minimamente fatto pensare a rinunciare alla nostra meta. Nulla, niente ci ha fermati finora!
Nulla … tranne l’invito a cena di 4 bellissime ragazze iraniane che hanno rischiato di far saltare l’intero viaggio scarrozzandoci in macchina, nella sempre vivacissima città di Esfahan al ritmo della gracchiante Iranian Disco-Music e poi aperitivi e cena fino a tarda sera nel giovanissimo quartiere Jolfa. Riusciremo a rimetterci in marcia, senza nessuna voglia, solo 3 giorni dopo.
Ripartiamo finalmente diretti a Kerman con l’idea di visitare prima Yazd, preferendo alla comoda e sicura autostrada le linee di breccia smossa e le tracce di polvere che puntano verso Est, verso il calore. Prima Yazd e poi Kerman splendidamente incastonate tra i due deserti iraniani, il Dash e Lut e il Dash e Kavir ci accolgono con un caldo e rovente abbraccio a 45°. Controvoglia siamo costretti a contattare una guida obbligatoria per arrivare a Gandom Beryan. Per fortuna Amed si rivelerà simpaticissimo e soprattutto preparato a gestire la nostra superficialità e arraffazzonagine nel voler a tutti i costi dormire in tenda prima di attraversare uno dei deserti più caldi del mondo.

Usciti da Kerman ci infiliamo in una gola per poi salire fino a scavalcare il passo oltre il quale inizia il Dasht-e Lut. Queste montagne sono una diga contro il calore che proviene dal deserto e fino a quando siamo stati sul lato occidentale della catena abbiamo sofferto un caldo gestibile con temperature massime sui 45°. Finora, arrivare a Gandom Beryan in pieno agosto ci era addirittura sembrato facile.

Non appena arrivati in cima e scollinato dall’altra parte ci investe un’onda rovente di sabbia che come lapilli incandescenti ci brucia a pois la faccia. Tiriamo giù la visiera e ci nascondiamo cercando riparo dietro i cupolini delle moto. Ci sentiamo come quando si apre il forno caldo e una vampata di calore sale su e brucia la faccia. Qui è elevato all’ennesima potenza. Scendiamo ancora un po’ e il vento caldo aumenta, e aumenta anche la quantità di sabbia che ci frusta la faccia. Guardo Andrea e leggo nei suoi occhi la stessa mia paura, quella che prova ogni uomo di fronte all’ignoto, allo sconosciuto. A Shahdad la polizia ci ferma e ci dice che a Gandom Beryan non possiamo andarci, non in moto e non in agosto. Ho il sospetto che non hanno voglia di venire a recuperare i corpi carbonizzati di due turisti italiani. Ma superato il check-in proviamo lo stesso a fare strada ed andare avanti per arrivare almeno nella zona dei Kalut che dista solo 70km. Amed cerca di riportarci alla ragione, di farci desistere e tornare indietro. Ma noi cocciuti come degli asini stupidi gli rispondiamo, sempre più con meno fermezza e convinzione, che siamo Sporchiiienduristiii e che nulla ci può fermare!

Restare in sella qui è davvero faticoso; il caldo sfianca il fisico e l’animo, la respirazione nel casco si fa pesante, diventa rumorosa come quella di Dart Fener. Tutto è rovente e gli adesivi sulla moto iniziano a scollarsi. Dopo aver penetrato per qualche chilometro tra le dune dei Kalut (e schiumato anche l’anima e le 2 bottiglie di acqua calda bevute appena un attimo prima), ci arrampichiamo su un’altura per avere una visuale migliore e cercare di fare il punto sulla situazione. Quando rinunciamo a proseguire sono ormai le 19:00 e la temperatura è di 55°. Noi a Gandom Beryan vivi non ci arriveremo mai.

Rientriamo a Shahdad che il sole è già calato e prendiamo alloggio presso una famiglia locale i cui membri stentano a credere che 2 folli siano lì in moto in agosto per attraversare il loro deserto. La notte la passiamo avvolti nelle coperte al freddo secco del condizionatore mentre fuori soffia il vento caldo del deserto. Do la buonanotte ad Andrea pensando che siamo stati fortunati e intelligenti ad andare via e ritornare indietro.Ormai il peggio è passato. Ma mi sbagliavo. Oggi avevamo bussato alle porte dell’Inferno, purtroppo domani le apriranno.

Nel 1882 durante un esperimento alcuni ricercatori notarono che buttando una rana in una pentola di acqua calda, questa saltava fuori. Al contrario, mettendo la rana in una pentola di acqua e riscaldandola lentamente, la rana restava lì fino a morire bollita.
Nei Kalut la temperatura era così alta che ne siamo subito saltati fuori. Diversamente invece è stato risalire il Dash-e Kavir dove la temperatura è aumentata poco a poco fino a bollirci vivi. Passiamo ore infernali, le più dure dell’intero viaggio. Una sofferenza disumana, una tortura. Guidiamo con un phon gigante acceso in faccia. La moto è un pezzo di ferro infuocato Il serbatoio ci cuoce le cosce, la sella ci arrostisce le chiappe. Ci vogliono due termometri e sommare le temperature per sapere quanto caldo fa. La strada è asfaltata e riusciamo a mantenere una media elevata ma impieghiamo 2 giorni prima di arrivare al villaggio di Khur. Non contenti per essere scampati ad una morte atroce nel deserto iraniano impieghiamo “zero” a rimetterci nei guai e stavolta la combiniamo davvero grossa.  
Alle 18:00 lasciamo l’asfalto con l’intenzione di attraversare un lago salato. La moto sembra un rompighiaccio che spacca le lastre di sale secche di sole con sonori schiok. Ci fermiamo per scattare qualche foto controluce giocando come bambini a fare i vecchi dakariani. L’arancio denso del sole al tramonto rende il momento magico. Ci restano pochi attimi di luce e noi li sfruttiamo tutti per fare una delle cazzate epocali che racconteremo ai nostri nipoti. Mentre cerchiamo di raggiungere delle dune verso il centro del lago una gigantesca pozza di diarrea di dinosauro ci ingoia letteralmente assieme alle moto. Una volta rotta la crosta in superficie, il sale e il fango si seccano diventando pietra. Le moto non si muovono di un solo centimetro. L’unica cosa che si muove in questo deserto è il Sole che va giù oltre l’orizzonte facendoci piombare nel buio più totale. Nell’oscurità riusciamo a vedere delle luci che sfrecciano all’orizzonte e i 5km che ci separano dall’asfalto li percorriamo affondando i piedi nel fango caldo; arriviamo stremati. Da lontano una strana luce intermittente blu si avvicina, con le ultime forze che ci restano strisciamo al centro della carreggiata sbracciandoci per attirare l’attenzione.

Quando l’auto della polizia si ferma il poliziotto scende e ci guarda, poi guarda il cielo come se venissimo dallo spazio. Le braccia dei 2 poliziotti non basteranno, ci vorrà l’intervento diretto di Allah il Misericordioso e le braccia di altri 4 ragazzi iraniani che riusciamo a convincere di avventurarsi con noi, di notte e a piedi in un lago salato, alla ricerca di 2 moto impantanate. Impegneremo tutta la notte e tutte le nostre forze fino allo spasmo muscolare per riconquistare l’asfalto. Il giorno successivo a farci più male non sarà l’acido lattico e le ossa rotte ma l’umiliazione di dover lavare nel ruscello della piazza centrale del villaggio i nostri vestiti incrostati di fango e sale tra i sorrisi divertiti dei locali.

Siamo ancora lontani da casa e con uno sforzo disumano cerchiamo di limitare la nostra voglia di avventura che non si sa per quale strana combinazione astrale ci ha sempre messo nei guai. Altri chilometri di caldo secco e riusciamo a raggiungere la costa iraniana del Mar Caspio e tutto cambia: una cappa di umidità appiccicosa nel bel mezzo di un venerdì musulmano di festa in cui ci ritroviamo sudati fradici nella bolgia infernale del traffico dei vacanzieri di Teheran, che a milioni si riversano qui fuggendo dalla città. Guidiamo lottando selvaggiamente contro tutti e tutto facendoci largo con sonore strombazzate e con colorite imprecazioni. All’altezza di Masuleh lasciamo la costa e ci rinfreschiamo sulle montagne dell’Azerbaigian iraniano. Ci lasciamo cullare infine dalla Turchia, salutiamo l’Asia ed entriamo in Europa, a casa.